L’idea di analizzare i problemi legati al funzionamento dei gangli motori e i correlati neurobiologici dei disturbi del movimento risale a oltre dieci anni fa, quando, nella suddivisione del lavoro presso l’Istituto di neurologia della Università cattolica, il professor Macchi affidò a me il compito di condurre ricerche sulla organizzazione dei sistemi dopaminergici e colinergici centrali. Da allora ho sempre coltivato l’interesse per questo tema, che in clinica mi ha spinto ad occuparmi dei disturbi del movimento. La mia formazione neurobiologica mi ha naturalmente imposto di affrontare i problemi clinici con la logica analitica tipica delle scienze di base. In seguito, l’incontro con il professor Marsden mi ha offerto la possibilità di osservare la figura di un grande scienziato, che si è applicato allo studio dei disturbi del movimento con il taglio della sua formazione di neurofisiologo di base. Questa monografia ha tratto spunto in primo luogo dagli appunti che ho preso in Inghilterra sui problemi discussi con il professor Marsden e dall’analisi critica delle questioni neurologiche e cliniche con le quali mi sono confrontato successivamente.

Scrivere una monografia in italiano è forse un compito da non raccomandare, in un’epoca in cui l’inglese rappresenta la lingua ufficiale dei lavori scientifici e la diffusione delle specializzazioni consente di porre sul mercato un elevato numero di volumi collettanei. Io credo che sia giustificato porre mano ad una monografia quando si voglia applicare una metodologia di analisi unitaria. Nel caso di questo volume, la metodologia che ho usato si basa su due principi alquanto semplici. (1) L’armonizzazione, laddove possibile, delle conoscenze neurologiche con i dati clinici e l’astensione da forzature interpretative o da teorizzazioni discutibili. Insomma, una informazione critica sulle possibilità di contatto tra due sistemi di conoscenza. (2) L’applicazione dei metodi di ricerca neurobiologici alle conoscenze cliniche. Da qui derivano la scelta di evitare una certa genericità del linguaggio clinico ed il tentativo di inquadrare la neurologia clinica come una scienza esatta, della quale vi sia un patrimonio conoscitivo ancora molto limitato.

La scelta di scrivere il testo in italiano per un editore italiano risponde al mio profondo rispetto per la nostra lingua e per la nostra cultura neurologica. Per questa ragione ho anche cercato di evitare l’uso di inglesismi ed ho cercato di attenermi per quanto possibile all’uso di termini in lingua italiana. Nel caso dei nomi concreti si è trattato generalmente di un compito facile: per esempio la parola italiana sclerozio e la traduzione corretta del diffuso termine francese (ed inglese) ergot. In altri casi mi è parso necessario indicare, per ragioni di chiarezza,

la denominazione in lingua straniera di metodiche o procedimenti di recente introduzione (ad esempio, backaveraging).

La linea di metodo che ho utilizzato implica alcune scelte conseguenti. In primo luogo, mi è sembrato corretto risalire alle radici storiche dei fenomeni che ho descritto e giustificare ciascuna affermazione con i giusti riferimenti bibliografici. Da qui deriva l’inserimento di oltre 3000 voci bibliografiche, che ho verificato singolarmente e ho elencato in modo completo, al fine di renderne facile l’identificazione. La scelta di fornire riferimenti bibliografici complete non è tipica delle monografie in lingua italiana, ma costituisce una prassi abituale nelle analoghe opere in lingua inglese. Il lavoro di reperimento bibliografico è stato oneroso, soprattutto per il tentativo di individuare le fonti storiche degli argomenti affrontati. In taluni casi la bibliografia potrà apparire incompleta o imprecisa a chi abbia approfondito in modo dettagliato alcuni argomenti specifici. Inoltre, come in tutte le bibliografie, anche qui certamente non mancheranno errori di battitura o di compilazione, che negli elenchi bibliografici sfuggono anche al controllo più. attento. Spero, comunque, che questa bibliografia possa fornire un repertorio utile a chi voglia recuperare le fonti dei problemi trattati.

Il taglio monografico giustifica in parte la incompletezza della trattazione. Mi rendo conto di aver privilegiato gli aspetti più consoni alla mia formazione (ad esempio, i dati morfologici rispetto a quelli fisiologici) e di aver sviluppato in modo incompleto alcuni degli aspetti trattati. Ad esempio, nel terzo capitolo ho fornito pochi cenni sui sistemi chimici di neurotrasmissione, che rappresentano un aspetto importante per una trattazione moderna dei disturbi del movimento. A questo proposito, l’argomento certamente più sacrificato è costituito dall’organizzazione biochimica e funzionale dei recettori. In una prima stesura del testo ho cercato di descrivere l’organizzazione dei recettori contenuti nei gangli motori, ma l’argomento si è poi rivelato di tale ampiezza da farrni paventare di uscir fuori tema. Nei capitoli clinici si fa cenno all’esistenza di diversi tipi di recettori per ciascun sistema di neurotrasmissione; al lettore che desideri approfondire le basi neurobiologiche dell’argomento non mancherà la possibilità di consultare trattazioni monografiche. Questo testo non mira, infatti, ad essere una summa di conoscenze, ma piuttosto uno strumento di lavoro, dal quale si possa partire per ulteriori approfondimenti. Questa impostazione spiega anche perché la comprensione dei dati morfologici (dello hardware) rivesta un ruolo di centralità. None possibile proporre alcuna teoria neurobiologica o clinica che sia imcompatibile con le attuali conoscenze sulla organizzazione dei gangli motori.

Il testo del volume e stato completato nell’estate del 1989, da allora sono stati pubblicati numerosi dati che in alcuni casi ampliano i temi che ho trattato o rispondono a quesiti che ho lasciato aperti. Tra questi, i principali riguardano la terapia del morbo di Parkinson. Nel testo ho riferito dello studio multicentrico DATATOP avviato nell’aprile del 1987, per il quale era prevista una durata di 5 anni (pag. 271). Il comitato scientifico di questo progetto ha deciso di interrompere lo studio dopo 2 anni poiché uno degli obiettivi primari era stato raggiunto prima della scadenza prefissata. I risultati, pubblicati di recente (N. Engl. J. Med., 321: 1364-1371, 1989; Arch. Neurol., 46: 1052-1060, 1989), indicano che i pazienti parkinsoniani trattati con l-deprenil hanno un decorso clinico più favorevole di quelli che non hanno assunto tale farmaco. Questo dato necessita di ulteriori verifiche, ma traccia le basi di una nuova prassi terapeutica per il morbo di Parkinson.

Devo infine ringraziare coloro che mi hanno più direttamente aiutato in questo lavoro. Sono grato a Marina Frontali, che ha accettato di trattare la genetica della malattia di Huntington, a Nico Leenders, che mi ha fornito alcuni dei suoi dati ottenuti con la tomografia ad emissione di positroni (figure 63, 64, 65, 66), e a Dirk Dressler, che mi ha inviato l’illustrazione riprodotta nella figura 55. Maria Concetta Altavista mi ha fornito un importante specchio critico. La dottoressa Eva Bosco ha curato con molta competenza il lavoro editoriale. Il dottor Giuseppe D’Onghia mi ha regalato le annate 1923-1938 della Revue Neurologique di suo padre Filippo. I tecnici del servizio fotografico dell’Università cattolica del Sacro cuore (B. Ghirotti, R. Mallucci e G. Rosi) hanno eseguito con notevole capacità e con molta pazienza il lavoro di riproduzione fotografica del materiale iconografico.